Note di biodiversità pleistocenica


Ricostruzione verosimile del paesaggio dell'Italia settentrionale, durante le ultime epoche glaciali

L'analisi del corredo di Ötzi, così come del polline presente all'interno del suo intestino, ci racconta molto dell'ambiente alpino di oltre cinque millenni fa. Tuttavia, la documentazione fossile, unita a tracce di polvere e di macroresti vegetali (conservati in grotta, in depositi lacustri e torbiere) permette di spingerci molto più lontano, nel tempo. E' importante farlo, perchè è stato l'ambiente a determinare la presenza umana, nei nostri luoghi, e a stabilirne le modalità di insediamento. Come un’immensa fisarmonica, le oscillazioni climatiche hanno esercitato una drastica influenza su ambienti e organismi, soprattutto sulle Alpi. Nelle fasi interglaciali il clima tornava a salire e a farsi più umido, avvicinandosi alle temperature attuali; le foreste riguadagnavano terreno, il livello del mare tornava a salire. Regioni un tempo ricoperte dai ghiacci tornavano a popolarsi, dapprima di fauna e subito dopo dei cacciatori umani appresso.

Cranio di bisonte della steppa (Bison priscus), rinvenuto in una cava di ghiaia presso Quinzano d'Oglio (BS); conservato al Museo Civico di Crema e del Cremasco

Diffusissimi erano gli ungulati ancora oggi presenti: cervi, cinghiali e caprioli alle pendici delle Alpi e degli Appennini; salendo di quota, subentravano invece stambecchi e camosci. Nelle pianure interne, soprattutto tra gli Appennini meridionali, erano frequenti i daini, i bisonti, i cavalli e gli uri (questi ultimi due son gli animali maggiormente frequenti nel Salento, nelle Murge e nelle distese tra Ionio e Adriatico). I grandi fiumi, le piane costiere e gli acquitrini salmastri erano invece dominati da