VERBA ALPINA

Aggiornamento: 19 nov 2021


Le Alpi, pur nella loro formidabile estensione ed altitudine, non hanno mai costituito una barriera invalicabile, quanto piuttosto una fondamentale area di transito. Conferma esemplare, nota anche al grande pubblico, si ha con la Mummia del Similaun, Ötzi, com'è affettuosamente conosciuto l'uomo scoperto trent'anni fa in Val Senales (BZ). Risalente alla fase finale del Neolitico (3300-3100 a.e.v), è un rinvenimento di fondamentale importanza sotto molteplici aspetti: l'integrità del corpo, insieme a quella del suo ricco corredo, ci consente di ricostruire non solo lo stile di vita e la cultura di una persona della sua epoca, ma anche l'ambiente in cui è vissuto. Ambiente naturale, con la sua biodiversità, ma anche ambiente socio-economico: nel 2017, il Dipartimento di Geoscienze dell’Università di Padova, ha infatti dimostrato come il rame dell'ascia di Ötzi fosse stato estratto dalla Toscana meridionale. Ma lo stesso gruppo di lavoro ha altresì scoperto come il metallo di altri oggetti, rinvenuti nell'Italia centrale e conservati in diversi musei toscani, provengano da giacimenti d'Oltralpe. Per quanto strabiliante possa apparire questo quadro, lo stesso Ötzi si inserisce in una tradizione ai suoi tempi già millenaria: le vie da lui percorse ricalcavano i tragitti di molti altri, in un articolato sistema di circolazione, da un versante all’altro, di materie prime (grezze o già lavorate), ma anche di innovazioni tecniche e culturali. Questi processi, via via più complessi, videro coinvolte popolazioni tra loro anche molto diversi, e culminarono nell’incontro tra le genti alpine e e quelle italiche. In particolare, Roma.


Vi è una generale tendenza ad immaginare uno stacco netto tra conquistatori e conquistati: i primi vengono ritenuti maggiormente progrediti e quindi civilizzatori, mentre i secondi più arretrati e dunque necessariamente dei ricettori passivi. Ma gli influssi culturali non sono mai a senso unico: questa visione si scontra invece con una realtà molto più fluida. Lo riscontriamo innanzitutto nella documentazione archeologica (dalla produzione ceramica a quella metallurgica), che delinea gli esiti maturi di un’osmosi tra elementi indigeni e stranieri, in un processo di sollecitazione culturale a doppio senso. Uno scambio c’è sempre. E anche quando le genti dell’Arco Alpino si trovarono di fronte ad un impianto del tutto inedito, ad esempio la scrittura, esse non si limitarono ad imitarlo staticamente: l’alfabeto etrusco servì sì da modello per i popoli alpini, come quello retico o quello camuno, ma venne poi modificato ed adattato alle esigenze delle nuove lingue. Nessuna espressione culturale risulta estranea a questo dinamismo, nemmeno quella della religiosità, in cui è anzi più facilmente riscontrabile l’adozione di tutto un insieme di soluzioni diverse, tra gli elementi di innovazione e quelli di continuità con il passato più remoto, di conservatorismo e di sollecito cambiamento.