IL VISCHIO di Mascia Monti

Una pianta tradizionalmente legata al periodo natalizio e sostiziale è il vischio (Viscum album) che appartiene alla famiglia delle Santalaceae, precedentemente definita Viscaceae, e al genere Viscum. E’ una pianta cespugliosa sempreverde epifita emi parassita di numerosi alberi ospiti in particolare conifere ed alcune latifoglie; il vischio è in grado di fare fotosintesi clorofilliana ma ha bisogno dell’ospite per acqua , sali minerali e azoto. Ha fusti lunghi 30-80 cm ramificati con foglie coriacee oblunghe di colore verde giallastro, lunghe 2-8 cm, è una specie dioica con fiori unisessuali poco appariscenti portati su individui diversi, i fiori maschili sono privi di calice mentre quelli femminili hanno sia il calice che la corolla, fioriscono tra marzo e maggio, l’impollinazione è entomofila. I frutti sono bacche sferiche bianche o giallastre traslucide dalla polpa gelatinosa e vischiosa che contengono un unico seme. Gli uccelli cibandosi delle bacche, trasportano e disperdono i semi che si insinuano nelle intercapedini di un ramo della pianta ospite e germinando producono una sorta di radici, definite austori, che penetrano nella corteccia fino a raggiungere il tessuto conduttore. In Italia sono presenti tre sottospecie di vischio, il Viscum album subsp. album, il vischio delle latifoglie, che si trova appunto su latifoglie sia autoctone che alloctone; il Viscum album subsp. abetis, il vischio dell’abete che colonizza di frequente l’abete bianco e il Viscum album subsp.austriacum, il vischio del pino che vive su diverse specie di pini. E’ presente anche il vischio quercino (Loranthus europaeus) che appartiene alla famiglia delle Loranthaceae, che è meno conosciuto e diffuso del Viscum album. Il nome del genere ha origine latina da “visculum” diminutivo del termine “viscum” che ha la stessa radice di “vis-roboris” cioè forza, alcuni autori invece fanno risalire l’origine alla radice celtica “vid” che significa saggezza e conoscenza, mentre per altri potrebbe derivare dal latino “viscidus” o “viscosus” con cui si indicava si il succo delle bacche che la pianta stessa. L’epiteto “album” si riferisce al colore bianco delle bacche. Per il suo sviluppo così particolare il vischio era considerato una pianta sacra, magica e misteriosa in molte culture, anche nella tradizione celtica il vischio godeva di estremo rispetto ed era associato alla figura dei druidi, basti pensare al rito con cui era raccolto. Questa cerimonia è stata descritta da Plinio il Vecchio nella “Naturalis historia”, (lib.XVI, XCV, 249), il sesto giorno di luna, sotto l’albero dove cresceva il vischio venivano portati due torelli bianchi, un druido saliva sulla pianta, tagliava il vischio con un falcetto d’oro e lo deponeva in una tela bianca, a questo punto si immolavano i due tori. I Celti lo ritenevano un dono delle divinità e credevano che crescesse su alberi colpiti da un fulmine anche se erano gli uccelli, i messaggeri degli dei a spargerne i semi; inoltre le bacche impiegano 9 mesi per svilupparsi come il tempo della gravidanza e sono raggruppate nel sacro numero di 3, il vischio è legato al Solstizio d’Inverno, il momento in cui il Sole è nel punto più basso sull’orizzonte per poi ricominciare la sua risalita, quindi era considerato un simbolo della rigenerazione e della rinascita ed un mezzo per permettere l’accesso agli Inferi, l’allontanamento degli spiriti per raggiungere l’immortalità e i guerrieri usano portare con se dei ramoscelli d vischio in battaglia. Per la somiglianza delle bacche e del loro succo glutinoso e biancastro con lo sperma era ritenuto efficace contro la sterilità e si otteneva una bevanda, usata durante le cerimonie solstiziali sia per favorire il concepimento che di inibirlo, con il vischio si preparava un’acqua lustrale usata per guarire i malati e per allontanare i malefici. Per le popolazioni celtiche, quindi il vischio, soprattutto quello che cresceva sulle querce un rimedio contro ogni male, perché era l’unione della Sole con la Luna, tanto è vero che ancora oggi il suo nome in irlandese è “uileiceadh”, in gallese si chiama “oll-iach” ed entrambe i termini significano “che guarisce tutto”, per i Bretoni è “uhevorr” cioè “ramo alto”, oppure “deur derhure” che vuol dire “acqua di quercia” In magia è considerata una pianta maschile, associata la Sole, all’elemento Acqua e alle seguenti divinità Apollo, Venere, Odino e Freja; protegge dai fulmini, dalle malattie e dalla sfortuna. Si metteva nella culla di un neonato per impedire che le fate lo rapissero, un anello fatto con il suo legno allontanava le malattie e favoriva la guarigione delle ferite, era usato come amuleto per propiziare la caccia. Si usava nei riti per ottenere l’immortalità, se bruciato, scacchiava il male, se portato al collo, renderebbe invisibili e se messo sulla testata del letto favorirebbe il sonno e i sogni tranquilli e sereni. Il vischio simboleggia anche amore e fortuna, secondo la leggenda che dopo la morte di Balder, il dio norreno della luce, del Sole, figlio di Odino e Frigg, per la ferita inflittagli con una freccia di vischio, dal fratello cieco Hodhr, ingannato dal dio Loki. Frigg pianse sconsolata e le sue lacrime caddero sull’arma diventando bacche di bianco perlato e Balder ritornò in vita. Così la dea, ringraziò chiunque passasse sotto questa pianta, con un bacio e tradizionalmente quindi sotto questa pianta, simbolo della vita e dell’amore, gli innamorati debbano baciarsi per avere la protezione eterna di Frigg, che con le lacrime dell’amore vero riportò in vita suo figlio. Al Vischio sono legate numerose leggende anche in ambito latino, infatti, Virgilio, nel VI libro dell’Eneide, racconta che Enea per scendere nell’Ade per trovare il padre Anchise, la Sibilla Cumana lo informa che solo se porterà con se un “ramo d’oro” potrà placare le divinità infere; molti studiosi credono che questo ramo sia appunto il vischio. Varie fonti antiche, tra cui Svetonio e Ovidio, descrivono che nel bosco sacro alla dea Diana, sulle rive del lago di Nemi viveva il Rex Nemorensis,il re sacerdote custode del santuario, che aveva il compito di proteggere la quercia su cui cresceva il “ramo d’oro”, presumibilmente il vischio quercino, che poteva essere strappato da uno schiavo fuggitivo che con quel otteneva il diritto di battersi con il vecchio re, ucciderlo e succedergli. Questo rito di rinnovamento in cui il giovane re sostituisce quello precedente rappresenta la forza della Natura che non invecchia mai, ma si rigenera ciclicamente. Le virtù medicinali del Vischio sono conosciute da molti secoli, nel IV sec. a.C. Teofrasto lo prescriveva per curare epilessia, tumori, itterizia, gotta, vermi, convulsioni e paralisi. Proprietà confermate in seguito sia da Dioscoride nel I secolo d.C e Galeno nel II secolo d.C. mentre Plinio il Vecchio lo consigliava per le infiammazioni, per gli ingrossamenti delle ghiandole linfa